Burn out
Il burn-out è una possibile
conseguenza dello stress. Ma cos’è lo
stress? Secondo la definizione più classica,
dovuta a Hans Selye, lo stress è «la
risposta aspecifica dell’organismo a una richiesta
di prestazioni». In base a questa definizione,
poiché nella reazione dell’organismo
vi è una componente oggettiva (lo stimolo)
e una componente soggettiva (l’interpretazione
dello stimolo), si può dire che lo stress è
una reazione individuale ad un insieme di stimoli
oggettivi che viene soggettivamente riconosciuto come
“richiesta di prestazioni”. Il burn-out,
come sottolineano A. Rossati e G. Magro, è
un fenomeno più complesso dello stress, perché
determinato non solo dalle componenti soggettiva e
oggettiva dello stress individuale, ma anche da variabili
storico-sociali e culturali che possono “accelerare”
il passaggio dallo stress al burn-out. Perciò,
mentre lo stress è un fenomeno individuale,
il burn-out è un fenomeno fondamentalmente
psicosociale.
[Rossati - Magro 1999, 69].
Nel mettere in evidenza le cause del burn-out, quindi,
occorre distinguere fattori individuali (componente
soggettiva e componente oggettiva dello stress) e
fattori socio-culturali:
Cause soggettive del
burn-out
La componente soggettiva dello stress
è quella che determina quali stimoli verranno
percepiti come stressanti e l’intensità
della reazione individuale a tali stimoli. Fanno parte
di questa componente le caratteristiche della personalità,
le aspettative professionali, lo stress non professionale
a) Caratteristiche della personalità
· insufficiente maturazione emotiva;
· incapacità di reggere relazioni sociali
coinvolgenti;
. tendenza all’eccessivo coinvolgimento nelle
problematiche altrui;
· intolleranza della frustrazione;
· insufficiente superamento della “posizione
depressiva” (con il significato dato a quest’espressione
da Melanie Klein), cioè insufficiente capacità
di elaborare la spinta a “riparare”, laddove
la “riparazione” è inconsciamente
assunta come propria responsabilità
· incapacità di gestire il tempo in
modo efficace e produttivo, con conseguente continua
insoddisfazione per come lo si è utilizzato
(indipendentemente dagli esiti raggiunti).
Sintomi psichici (cognitivo-emozionali)
I sintomi psichici sono quelli principali. Investono
sia la sfera cognitiva, sia quella emotiva. Nel suo
lavoro del 1982, rimasto il testo di riferimento sui
sintomi del burn-out, Christina Maslach descrive tre
gruppi di sintomi: esaurimento emotivo, depersonalizzazione
dell’utente, ridotta realizzazione professionale.
Ai sintomi inclusi in queste tre categorie, F. Folgheraiter
aggiunge quelli descrivibili globalmente come perdita
di controllo. Qui verrà seguita la maggioranza
degli autori, che utilizza tuttora le categorie di
Maslach (pur con qualche modifica), ma verrà
aggiunta la categoria messa in evidenza da Folgheraiter
In base a questo criterio, i sintomi possono essere
raggruppati in quattro categorie:
a) Collasso delle energie psichiche
In questa categoria rientrano molti sintomi tipici
degli stati ansioso-depressivi. I principali sintomi
sono: alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno;
apatia; demoralizzazione; difficoltà di concentrazione;
disagio; disperazione; incubi notturni; irritabilità;
preoccupazioni o paure eccessive o immotivate; sensazione
di inadeguatezza; sensi di colpa; senso di frustrazione
o di fallimento.
b) Collasso della motivazione
In questa categoria rientrano tutte le disfunzioni
psichiche che portano alla depersonalizzazione dell’utente
e quindi ad un progressivo scadimento della qualità
professionale. I sintomi sono: distacco emotivo (perdita
della capacità empatica); rigidità nell’imporre
o applicare norme e regole; cinismo, disinteresse
oppure ostilità o rifiuto (anche fisico) verso
gli utenti o, meno frequentemente, verso i colleghi;
pessimismo.
c) Caduta dell’autostima
L’operatore non si sente realizzato sul lavoro
e comincia a svalutarsi sia sul piano professionale,
sia - successivamente - su quello personale. Nonostante
si sforzi, non riesce a frenare questo crollo della
fiducia nelle proprie capacità e risorse; i
nuovi impegni gli sembrano insostenibili; ha la sensazione
di non essere “all’altezza” dei
problemi nel lavoro e nel privato.
d) Perdita di controllo
L’operatore non riesce più a controllare
lo spazio o l’importanza del lavoro nella propria
vita. Ha la sensazione che il lavoro lo “invada”;
non riesce a “staccare” mentalmente; il
pensiero degli utenti o i problemi con i colleghi
gli creano sempre più malessere, anche oltre
l’orario di lavoro.
Sintomi comportamentali
I sintomi del burn-out comprendono alcuni o molti
tra i seguenti comportamenti
a) Assenteismo;
b) “Fuga dalla relazione”:
trascorrere più tempo del necessario al telefono,
cercare scuse per uscire o svolgere attività
che non richiedano interazioni con utenti e colleghi;
c) Progressivo ritiro dalla realtà lavorativa
(“disinvestimento”): presenziare alle
riunioni senza intervenire, senza alcuna partecipazione
emotiva, e solo per lo stretto necessario;
d) Difficoltà a scherzare sul lavoro, talvolta
anche solo a sorridere;
e) Ricorso a misure di controllo o allontanamento
nei confronti degli utenti: sedazione, contenzione
fisica, espulsione;
f) Perdita dell’autocontrollo: reazioni emotive
violente, impulsive, verso utenti e/o colleghi;
g) Tabagismo e assunzione di sostanze psicoattive:
alcool, psicofarmaci, stupefacenti
Sintomi fisici
Secondo alcuni autori, la sindrome di burn-out provoca
o, più spesso, aggrava alcuni o molti tra i
seguenti disturbi psicosomatici [Bernstein - Halaszyn
1989, 115; cfr. Cherniss 1983]:
a) disfunzioni gastrointestinali: gastrite, ulcera,
colite, stitichezza, diarrea;
b) disfunzioni a carico del SNC: astenia, cefalea,
emicrania;
c) disfunzioni sessuali: impotenza, frigidità,
calo del desiderio;
d) malattie della pelle: dermatite, eczema, acne,
afte, orzaiolo;
e) allergie e asma;
f) insonnia e altri disturbi del sonno;
g) disturbi dell’appetito;
h) componenti psicosomatiche di: artrite, cardiopatia,
diabete.
Il termine burn-out che in italiano può essere
tradotto come “bruciato”, “scoppiato”,
“esaurito”, ha fatto la sua prima apparizione
nel gergo del mondo dello sport nel 1930 per indicare
l’incapacità di un atleta, dopo alcuni
successi, ad ottenere ulteriori risultati e/o mantenere
quelli acquisiti.Lo stesso termine è stato
riproposto in ambito socio-sanitario per la prima
volta nel 1975 dalla psichiatra americana C. Maslach
la quale, nel corso di un convegno, utilizzò
questo termine per definire una sindrome i cui sintomi
testimoniano l’evenienza di una patologia comportamentale
a carico di tutte le professioni ad elevata implicazione
relazionale.
Alcuni Autori identificano il burn-out con lo stress
lavorativo specifico delle helping professions , le
professioni dell’aiuto che comprendono figure
come medici, psicologi, infermieri, insegnanti, assistenti
sociali ecc…
La definizione che la Maslach fornisce del burn-out
è di “sindrome caratterizzata da esaurimento
emozionale, depersonalizzazione e riduzione delle
capacità personali”.
Le cause del fenomeno più frequenti sono: il
lavoro in strutture mal gestite, la scarsa o inadeguata
retribuzione, l’organizzazione del lavoro disfunzionale
o patologica, lo svolgimento di mansioni frustranti
o inadeguate alle proprie aspettative oltre all’insufficiente
autonomia decisionale e a sovraccarichi di lavoro.
La sindrome si caratterizza per una condizione di
nervosismo, irrequietezza, apatia, indifferenza, cinismo,
ostilità degli operatori sociosanitari, sia
fra loro sia verso terzi, che però si distingue
dallo stress, eventuale concausa del burn-out così
come si distingue dalle varie forme di nevrosi, in
quanto non disturbo della personalità ma del
ruolo lavorativo.
Queste manifestazioni psicologiche e comportamentali
possono essere raggruppate, come dalla precedente
definizione della Maslach, in tre categorie di disturbi:
l’esaurimento emotivo, la depersonalizzazione
e la ridotta realizzazione personale.
L’esaurimento emotivo consiste nel sentimento
di essere emotivamente svuotato e annullato dal proprio
lavoro, per effetto di un inaridimento emotivo nel
rapporto con gli altri. La depersonalizzazione si
manifesta come un atteggiamento di allontanamento
e di rifiuto (rispostecomportamentali negative e sgarbate)
nei confronti di coloro che richiedono o ricevono
la prestazione professionale, il servizio o la cura.
La ridotta realizzazione personale riguarda la percezione
della propria inadeguatezza al lavoro, la caduta dell’autostima
e la sensazione di insuccesso nel proprio lavoro.
Il soggetto colpito da burn-out manifesta sintomi
aspecifici (irrequietezza, senso di stanchezza ed
esaurimento, apatia, nervosismo, insonnia), sintomi
somatici con insorgenza di vere e proprie patologie
(ulcere, cefalee, aumento o diminuzione ponderale,
disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali
ecc.), sintomi psicologici (depressione, bassa stima
di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento,
rabbia, risentimento, irritabilità, aggressività,
alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza,
negativismo, isolamento, sensazione di immobilismo,
sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e
resistenza al cambiamento, difficoltà nelle
relazioni con gli utenti, cinismo, atteggiamento colpevolizzante
nei confronti degli utenti e critico nei confronti
dei colleghi). Tale situazione di disagio molto spesso
induce il soggetto ad abuso di alcool, di psicofarmaci
o fumo.
Dal punto di vista clinico e psicopatologico la sindrome
del burn-out va differenziata dalla già nota
sindrome da disadattamento: sociale, lavorativo, familiare,
relazionale. La sua originalità è rappresentata
dal fatto che essa si verifica all’interno del
mondo emozionale della persona ed è spesso
scatenata da una vicenda esterna. La sindrome del
burn-out potrebbe essere paragonata ad una sorta di
virus dell’anima, perché sottile, invisibile,
penetrante, continua, ingravescente. Se non si interviene
determina l’exitus volitivo ed energetico, non
solo lavorativo, della persona.L’insorgenza
della sindrome negli operatori sanitari segue generalmente
quattro fasi:
la prima fase (entusiasmo idealistico) è caratterizzata
dalle motivazioni che hanno indotto gli operatori
a scegliere un lavoro di tipo assistenziale, ovvero
motivazioni consapevoli (migliorare il mondo e se
stessi, sicurezza di impiego, svolgere un lavoro meno
manuale e di maggior prestigio) e motivazioni inconsce
(desiderio di approfondire la conoscenza di sé
e di esercitare una forma di potere o di controllo
sugli altri); tali motivazioni sono spesso accompagnate
da aspettative di “onnipotenza”, di soluzioni
semplici, di successo generalizzato e immediato, di
apprezzamento, di miglioramento del proprio status
e altre ancora. C’è in tutto questo quasi
una difficoltà a leggere in modo adeguato il
dato di “realtà”: infatti, esiste
una logica secondo la quale il venire a capo di una
situazione difficile non dipende dalla natura della
situazione, ma essenzialmente dalle proprie capacità
e dai propri sforzi; se dunque il problema non viene
risolto, ciò sta a significare che non si è
stati all’altezza… Nella seconda fase
(stagnazione) l’operatore continua a lavorare
ma si accorge che il lavoro non soddisfa del tutto
i suoi bisogni. I risultati del forte impegno iniziale
sono via via sempre più inconsistenti. Si passa
così da un superinvestimento iniziale a un
graduale disimpegno dove il sentimento di profonda
delusione avanza determinando nell’operatore
una chiusura verso l’ambiente di lavoro ed i
colleghi.
La fase più critica del burn-out è
la terza (frustrazione). Il pensiero dominante dell’operatore
è di non essere più in grado di aiutare
nessuno, con profonda sensazione di inutilità
e di non rispondenza del servizio ai reali bisogni
dell’utenza. Il vissuto dell’operatore
è un vissuto di perdita, di svuotamento, di
crisi di emozioni creative e di valori considerati
fondamentali fino a quel momento. Come fattori di
frustrazione aggiuntivi intervengono lo scarso apprezzamento
sia da parte dei superiori sia da parte degli utenti,
nonché la convinzione di una inadeguata formazione
per il tipo di lavoro svolto. Il soggetto frustrato
può assumere atteggiamenti aggressivi (verso
se stesso o verso gli altri) e spesso mette in atto
comportamenti di fuga (quali allontanamenti ingiustificati
dal reparto, pause prolungate, frequenti assenze per
malattia).
Il graduale disimpegno emozionale conseguente alla
frustrazione, con passaggio dalla empatia all’apatia,
costituisce la quarta fase, durante la quale spesso
si assiste a una vera e propria morte professionale.
Questo progressivo susseguirsi di fasi da un livello
molto alto di motivazione ed aspettative ad un livello
di demotivazione e di vissuti di profonda infelicità
e frustrazione, è riconducibile ad una visione
del lavoro sociale fortemente influenzata da una ideologia
di tipo assistenziale, per la quale medici, psicologi,
infermieri, assistenti sociali, educatori, ecc. sono
ancora considerati come professionisti di un tipo
di lavoro inadeguatamente retribuito e di beneficenza.
I servizi sanitari, sociali e culturali sono considerati
una prova della munificenza statale. L’utente
non è un cliente, ma un postulante cui viene
fatta l’elemosina di una prestazione d’aiuto
(G. Contessa, 1995).
Questa ideologia, ancora molto diffusa in Italia,
ha condotto gli operatori del sociale a sviluppare
un forte spirito salvifico e sentimenti di onnipotenza
nei riguardi degli utenti che non hanno poteri e sono
identificati come “rappresentanti della malattia”,
coloro che devono chiedere aiuto perché si
trovano in uno stato d’inferiorità.
Ma l’incontro con i bisogni dell’utenza
porta l’operatore del sociale a dimenticare,
o meglio a trascurare inconsapevolmente i propri bisogni
profondi e le proprie motivazioni. Questo atteggiamento,
come abbiamo visto nelle quattro fasi precedentemente
descritte, si trasforma gradualmente in un senso di
impotenza, di disagio, che rende l’operatore,
precedentemente immerso in una immagine di salute,
bontà e potere, vittima del dolore, del disagio
e del bisogno espressi dall’utente. L’impossibilità
di aiutare facilita quindi l’insorgenza del
dubbio circa le proprie capacità e l’operatore,
che era partito da una fortissima idealizzazione della
professione, sperimenta la frustrazione prima e il
burn-out poi. Nella concretezza quotidiana le capacità
personali giocano un ruolo importantissimo almeno
quanto le capacità tecnico-professionali. Per
capacità o abilità personali in psicologia
s’intendono l’empatia, la capacità
di adattamento alle diverse situazioni, l’autocontrollo,
l’iniziativa e la fiducia in se stessi, la competenza
nella gestione del lavoro e la capacità nel
costruire relazioni in modo creativo ed efficiente.
Ciò che D. Goleman definisce “intelligenza
emotiva” è appunto la capacità
delle persone di affrontare in modo efficace ed ottimale
le difficoltà della vita. La possibilità
di contattare intimamente le proprie emozioni è
data proprio da questa intelligenza emotiva e consente
all’individuo di sviluppare la propria personalità
in modo flessibile e creativo. Tutto ciò, proiettato
all’interno della relazione medico-paziente
consentirebbe al primo di essere empatico e sensibile
alle reali esigenze del secondo.
Nel burn-out esiste la difficoltà di misurarsi
con le proprie emozioni e quindi il non riconoscimento
del problema con conseguente sentimento di rassegnazione
rispetto alla vita.
E’ questo un modo o meglio un tipo di difesa
che consente di attenuare la sofferenza: spesso si
sente dire dagli operatori in burn-out “così
è la vita”, uno slogan questo che insinua,
a lungo andare, in queste persone l’idea che
il modo in cui vanno le cose in questo tipo di lavoro
è il modo in cui vanno le cose in tutti i lavori!
Non c’è soluzione!
Occorre provare ad ascoltarsi, a guardarsi dentro,
a recuperare dentro di sé la propria motivazione
e la propria capacità di alimentare desideri.
Di fronte alle macerie dei propri ideali è
quasi “normale” sentire il peso del fallimento
delle proprie prospettive di autorealizzazione.
C’è da dire inoltre che il burn-out non
è affatto un problema personale che riguarda
solo chi ne è affetto, ma è una “malattia”
contagiosa che si propaga in maniera altalenante dall’utenza
all’équipe, da un membro dell’équipe
all’altro e dall’équipe agli utenti
e riguarda quindi l’intera organizzazione dei
servizi, degli utenti della comunità oltre
che il singolo individuo.
Le conseguenze di tutto ciò sono, come precedentemente
detto, molto gravi e si possono schematizzare in tre
livelli:
il livello degli operatori che pagano il burn-out
in termini personali, anche attraverso gravi somatizzazioni,
ma soprattutto attraverso dispersione di risorse,
frustrazioni e sottoutilizzazioni di potenziali;
il livello degli utenti, per i quali un contatto
con gli operatori sociali in burn-out risulta frustrante,
inefficace e dannoso;
il livello della comunità in generale che
vede svanire forti investimenti nei servizi sociali.
Abbiamo quindi visto quali sono i fattori che determinano
e nel tempo alimentano la sindrome del burn-out e
abbiamo visto anche quali modelli di difesa vengono
messi in atto da chi è vittima di questa sindrome.
Le difese intrapsichiche di evitamento, fuga, negazione
e proiezione persecutoria sono meccanismi che non
fanno che alimentare uno stato di disagio, di perdita
di ideali e di “impotenza appresa” (secondo
Seligman una situazione in cui i risultati avvengono
indipendentemente da ogni risposta volontaria dell’individuo
o del gruppo) e che possono essere indicatori di inadeguatezze
organizzative e di realtà socio-lavorative
carenti dal punto di vista della gestione delle risorse.
La prevenzione o il superamento di una situazione
di burn-out non può prescindere da un reale
cambiamento delle condizioni in cui lavora l’operatore.
L’organizzazione del lavoro d’aiuto deve
pertanto prevedere innanzitutto la creazione di un
clima lavorativo (cioè lo stato d’animo
del sistema positivo attraverso l’analisi e
il confronto delle motivazioni e delle prestazioni
dell’équipe lavorativa contemporaneamente
ad un attento esame che tenga presenti realtà
quali la legislazione, i cambiamenti culturali e strutturali
organizzativi dei servizi, le gerarchie e i relativi
ruoli, i poteri e le responsabilità, le competenze
e la formazione professionale.
Garantire un clima che sia gratificante per l’operatore
significa gestire il suo carico emotivo personale
a favore della promozione del benessere psicofisico
e prevenire problematiche relative a stress lavorativo.
Occorre quindi richiamare l’attenzione sull’importanza
fondamentale della prevenzione e della terapia di
una sindrome come quella del burn-out, che rappresenta
senz’altro la patologia di un’organizzazione
lavorativa (la cosiddetta “organizzazione disorganizzata”),
con conseguentiripercussioni negative sia sulla salute
dell’ operatore sia sulla qualità dei
servizi forniti alla collettività degli utenti.
A qualsiasi livello agisca l’operatore delle
helping professions esistono strategie di intervento
(identificate da Cherniss) per prevenire il burn-out.
Esse sono indicate nella tabella seguente e possono
rappresentare un utile contributo per la pianificazione
di un programma mirato alla risoluzione di questo
problema.
Strategie per la Prevenzione
del Burn-Out
Sviluppo dello Staff
Ridurre le richieste imposte agli operatori da loro
stessi attraverso l’incoraggiamento ad adottare
obiettivi più realistici.
Incoraggiare gli operatori ad adottare nuovi obiettivi
che possano fornire alternative di gratificazione.
Aiutare gli operatori a sviluppare ed utilizzare
meccanismi di controllo e di feed-back sensibili a
vantaggi a breve termine.
Fornire frequenti possibilità di training
per incrementare l’efficienza del ruolo.
Insegnare allo staff a difendersi mediante strategie
quali lo studio del tempo e le tecniche di strutturazione
del tempo.
Orientare il nuovo staff fornendo un libretto che
descriva realisticamente le frustrazioni e difficoltà
tipiche che insorgono sul lavoro.
Fornire periodici “controlli del burn-out”
a tutto lo staff.Fornire consulenza centrata sul lavoro
o incontri per lo staff che sta sperimentando elevati
livelli di stress nel proprio lavoro.
Incoraggiare lo sviluppo di gruppi di sostegno e/o
sistemi di scambio di risorse.
Cambiamenti di Lavoro e delle Strutture di Ruolo
Limitare il numero di pazienti di cui lo staff è
responsabile in un determinato periodo.
Distribuire tra i membri dello staff i compiti più
difficili e meno gratificanti ed esigere dallo staff
che lavori in più di un ruolo e programma.
Pianificare ogni giorno in modo che le attività
gratificanti e quelle non gratificanti siano alternate.
Strutturare i ruoli in modo da permettere agli operatori
di prendersi “periodi di riposo” quando
è necessario.Utilizzare personale ausiliario
(e volontari) per fornire allo staff ordinario possibilità
di riposo.
Incoraggiare gli operatori a prendersi frequenti
vacanze, anche con un breve preavviso se necessario.
Limitare il numero di ore di lavoro di ogni membro
dello staff.
Non incoraggiare il lavoro part-time.
Dare ad ogni membro dello staff la possibilità
di creare nuovi programmi.
Costituire varie fasi di carriera per tutto lo staff.
Sviluppo della Gestione
Creare programmi di training e sviluppo per il personale
attuale e futuro che si dedica alla supervisione,
accentuando quegli aspetti del ruolo che gli amministratori
hanno già difficoltà ad affrontare.Creare
sistemi di controllo per i supervisori, quali indagini
tra lo staff, e fornire al personale della supervisione
un feed-back regolare sulle loro prestazioni.
Controllare la tensione di ruolo nei supervisori
e intervenire quando essa diventa eccessiva.
Soluzione del Problema Organizzativo e Momento Decisionale
Creare meccanismi formali di gruppo per la soluzione
del problema organizzativo e la risoluzione del conflitto.
Organizzare training per la risoluzione del conflitto
e la soluzione dei problemi di gruppo per tutto lo
staff.
Accentuare l’autonomia dello staff e la partecipazione
alle decisioni.
Obiettivi del Centro e Modelli di GestioneRendere
gli obiettivi chiari e compatibili per quanto possibile.
Sviluppare un forte ed originale modello di gestione.
Rendere la formazione e la ricerca i maggiori obiettivi
del programma.
Condividere la responsabilità delle cure e
della terapia con i pazienti, le loro famiglie e la
comunità sociale.
Sfortunatamente, non è ancora arrivato a questa
sindrome alcun riconoscimento istituzionale, per cui
gli operatori si trovano a fronteggiarla da soli e
senza alcun sostegno. I sindacati, che si sono precipitati
a occuparsi del paradigma, assolutamente inconsistente,
del "mobbing" non hanno mostrato alcun interesse
per il burn-out. Le Organizzazioni in cui gli operatori
lavorano interpretano abitualmente la sindrome come
scarsa motivazione, incompetenza, fragilità
psicologica. Queste pagine vogliono essere uno spazio
di confronto e di sostegno a singoli, équipes
e organizzazioni che vogliono fronteggiare responsabilmente
il burn-out.
La definizione operativa della psichiatra Maslach
(1976) indica il burnout come una sindrome caratterizzata
da esaurimento emozionale, depersonalizzazione e riduzione
delle capacità personali, che può presentarsi,
in soggetti che, per professione, si occupano della
gente. Si tratta di una reazione di difesa alla tensione
emotiva cronica creata dal contatto continuo con altri
esseri umani, in particolare quando essi hanno dei
problemi o motivi di sofferenza
In Italia, come nel resto del mondo, il fenomeno
all’inizio è stato studiato soprattutto
sui medici, ma, ben presto, i ricercatori si sono
resi conto che i suoi effetti colpivano tutte le figure
professionali che lavorano in sanità. Anche
se mancano dati epidemiologici attendibili sul fenomeno
“burn-out” in ambito sanitario le conoscenze
si stanno tuttavia ampliando, anche per il fatto che
il riscontro dell’operatore “corto-circuitato”
è, nella pratica quotidiana, sempre più
frequente.
Quali possono essere le cause del fenomeno? Nel comparto
sanitario, le cause più frequenti di burnout
risultano essere :
lavorare in strutture mal gestite (62.5%),
non avere spazi e tempi istituzionalmente prefissati
per la propria crescita personale (53.3%),
essere scarsamente retribuiti (40.2%),
essere sovraccarichi di lavoro (39.8%),
non avere la possibilità di collaborare e
di scambiare idee con i colleghi (32.2%),
l’esercitare la propria attività in
branche della medicina non affini ai propri interessi
e/o alle proprie competenze (31.2%),
avere rapporti insoddisfacenti con i colleghi (23.3%),
avere una insufficiente autonomia decisionale (20%),
non avere buoni rapporti con i superiori (18.3%),
avere problemi personali di tipo familiare o relazionale
(13.9%).
E’ ormai assodato che il disagio professionale
vissuto dall’operatore sanitario si ripercuote
negativamente anche sulla sua salute.
La sindrome di Burn-out, o sindrome da disaffezione
e disimpegno dal lavoro, non è, solitamente,
un processo rapido ed immediato: comincia con i primi
episodi di sconfitta, con una lunga serie di aspettative
frustrate, progetti falliti, ricompense mancate per
sfociare, in ultimo, in veri e propri sintomi di diversa
natura, quali :
aumento statisticamente rilevante dei disturbi della
sfera psichica: insonnia, insicurezza, ansia, depressione;
insorgenza di patologie organiche vere e proprie quali
ulcera, cefalea, affezioni cardiovascolari, astenia,
aumento o diminuzione ponderale.
abuso di alcol, farmaci, fumo.
incapacità di concentrazione, disistima, isolamento
sociale.
conflitti con i familiari e con i colleghi di lavoro.
allontanamento precoce dal lavoro, spesso inteso come
ultima spiaggia per sfuggire ad una situazione diversamente
non sostenibile.
Pertanto è ragionevole intendere il Burn out
come esito di una patologia dell’organizzazione
lavorativa (le cosiddette “organizzazioni disorganizzate”)
con possibili ripercussioni negative sia sulla salute
dell’operatore sanitario sia, di riflesso, sulla
qualità del delicato ed importantissimo servizio
che gli operatori sanitari forniscono alla collettività
dei cittadini utenti del Servizio Sanitario Nazionale.
La prevenzione o il superamento di un cortocircuito
non possono svilupparsi se non attraverso il cambiamento
delle condizioni in cui lavora l’operatore.Legislazione,
cambiamenti strutturali e organizzativi dei servizi,
mutamenti culturali degli attori coinvolti nei servizi
e nella prevenzione sono leve indispensabili, oltre
a destinare risorse mirate all’attuazione delle
misure organizzative utili.L’Ordine dei medici,
nell’ambito delle funzioni che gli sono proprie
e nella consapevolezza che un operatore sanitario
“scoppiato” oltre a fornire un servizio
inefficiente ed inefficace, può addirittura
fornire un servizio dannoso alla collettività,
ritiene di avere favorito con l’iniziativa del
5 ottobre 2002, un contributo utile ad una maggiore
comprensione del problema, come primo passo verso
una sua reale prevenzione.