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Droga

LA MIGLIOR DIFESA E' NON USARE LA DROGA

L'eroina non è sola
Per brevità si parla di eroina, ma in realtà si dovrebbe parlare di oppioidi, cioè di una famiglia di sostanze che agiscono su ben definiti recettori del tessuto cerebrale, i recettori degli oppioidi, appunto, e che hanno in comune di conseguenza gli effetti farmacologici. Capostipite l’oppio, dunque, e a seguire la morfina e l’eroina che è un suo derivato. Analogo discorso, però, si potrebbe fare per altre sostanze come il fentanile, analgesico impiegato nella terapia del dolore. Il fatto che oggi si assista soprattutto all’abuso di eroina è per molti versi una questione di disponibilità “sul mercato”. Tanto che quando ci sono scarsità la “dose” che viene comprata per strada può contenere anche altri oppioidi come il già citato fentanile, il quale essendo più potente è spesso, negli Stati Uniti, causa delle morti per overdose. Comunque, un “vantaggio” farmacologico l’eroina ce l’ha rispetto alla morfina: arriva più rapidamente al cervello.

Effetti edonistici, effetti mortali
Oramai la descrizione degli effetti ricercati dal consumatore di oppioidi è abbastanza nota: una vampata di calore, una sensazione di piacere intenso (il rush) che si sviluppa nel giro di un minuto dall’iniezione e che può durare da 45 secondi a qualche minuto, uno stato di rilassamento e atarassia che si mantiene per circa un’ora. Tolleranza? Sì: in breve tempo per ritrovare gli effetti edonistici si deve aumentare la dose. Dipendenza? Sì: in pratica il consumatore abituale di oppioidi oscilla costantemente tra lo stato edenico della dose e i sintomi dell’astinenza. Differenze tra i diversi oppioidi? Poche al di là della potenza, tanto che spesso, soprattutto negli Stati Uniti dove gli analgesici oppioidi sono più accessibili che in Europa, esiste anche una fascia di dipendenti da prodotti a base di idrocodone o altre sostanze impiegate per la terapia del dolore, acquistabili in farmacia con una normale ricetta. E a questo proposito va segnalato che quasi tutte le vittime dello spamming (e-mail indesiderate) si vedono prima o poi proporre da organizzazioni statunitensi anche questo tipo di farmaci.
Gli effetti negativi acuti degli oppioidi sono riconducibili al blocco dei centri nervosi della respirazione, dal quale origina abbastanza rapidamente il coma. E’ il quadro tipico dell’overdose che, però, può essere trattata molto efficacemente con gli antagonisti degli oppioidi, come il naloxone, che hanno la capacità di “staccare” dai recettori l’oppioide, determinando così il ritorno alla normalità delle funzioni.


Chi si deprime, chi si eccita
Tra le droghe pesanti in effetti non rientrano soltanto gli oppioidi, ma anche sostanze che hanno un effetto farmacologico opposto: gli eccitanti. Il più noto è la cocaina, e il suo derivato da fumare, il crack, ma in questa categoria rientrano anche le anfetamine e gli anfetaminosimili, come l’ecstasy (MDMA). Qui si fa più sfumato il discorso sulla dipendenza farmacologica, e si rimanda a un altro articolo per l’illustrazione dei dettagli. Gli effetti, edonistici e negativi, sono differenti rispetto agli oppioidi: nel caso della cocaina si ha un aumento dell’attenzione e un miglioramento delle performance e vera e propria euforia. Il fatto è che la cocaina e le anfetamine aumentano la disponibilità di alcuni neutrasmettitori (dopamina, serotonina, noradrenalina). Tra gli effetti di questa azione vi è l’innalzamento dell’attività cardiovascolare (battito, pressione) e non a caso le conseguenze a medio-lungo termine riguardano proprio l’apparato circolatorio (aritmia, ischemie).

Il nodo è la dipendenza
Da un punto di vista clinico, interrompere la dipendenza fisica è relativamente semplice: oppioidi o cocaina che sia, la spinta fisica si esaurisce nell’arco di giorni, non mesi. La dipendenza psicologica, però, è altra cosa. Lo prova indirettamente il fatto che i malati di tumore, anche se trattati ad alti dosaggi di analgesici oppioidi, ben difficilmente se non mai sviluppano la dipendenza psicologica. E su questo presupposto, per gli oppioidi, si basano le terapie sostitutive a base di sostanze che mimano gli effetti dell’oppioide ma con profili d’azione più blando e duraturo, come nel caso del metadone. Qui si intersecano due filosofie di intervento: si può cercare, anche con interventi drastici, di rimuovere la dipendenza fisica e poi agire con la terapia di supporto psicologico per rimuovere le condizioni che hanno portato la persona all’uso della droga. Un’altra possibilità, ed è stata sostenuta a lungo anche negli Stati Uniti, è ricorrere alla terapia sostitutiva non in funzione di svezzamento ma di mantenimento. Somministrare il metadone consente di spegnere nella persona lo stimolo a ricercare la droga, il che significa limitare le attività criminali (prostituzione, furti, scippi...) e anche svuotare la micro-economia criminale che si sviluppa attorno alla tossicodipendenza (chi ricetta autoradio e motorini?) e la macro-economia dello spaccio. Alcuni studi statunitensi hanno sostenuto che questo approccio spesso fallisce soltanto perché si somministra il metadone a dosi insufficienti. Forse, come in tutta la sfera del comportamento umano è la sintesi dei diversi approcci che funziona. Ma certo essere integralisti, anche in campo scientifico, è più semplice.
                 

 

 

     
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